1/6. Il sole di giugno rende scintillante l’erba del parco centrale; ha il sapore di un albicocca, buona ma ancora un po’ verde, mentre la terra sprigiona umidita’ e ti avvolge calda. I corpi lattei di impiegati in pausa pranzo sgusciano dagli abitidivisa e si fanno rossi come timide guance. Mi lascio assopire dolcemente ed immagini di grattacieli e faraglioni si confondono nel mio lieve sonno.

30/5. Quattro passi a Williamsburg, ex cittadina delle Indie Occidentali, lungo l’East River. In seguito sobborgo industriale e malfamato di una New York gotica e feroce. Oggi quartiere alternativo di Brooklyn dove Starbucks ancora non ha attecchito. Dove e’ piacevole e curioso osservare la fauna Indie che vi giunge, tutta colorata, che attraversa il fiume con un treno cromato passandovi al di sotto. Ogni 10 minuti. Continuamente.

23/5. Stamattina ho preso un treno verso nord. Mi solo lasciato NY alle spalle di almeno 50 miglia. Appena fuori dal Bronx, lungo l’Hudosn river la natura ti avvolge maestosa. Sono sceso a Peeskill, poche anime, qualche pick up, un pub. Ho traversato il fiume e mi sono arrampicato su Monte Orso e dalla cima ho guardato la grande America. Volavano le aquile, per davvero.

21/5. Central Park. C’era il sole ed 80 gradi e migliaia di Newyorchesi con i frisbee e le ragazze ad abbronzarsi ed i bambini ed i cani e gli alberi a fare ombra. Il rombare della citta per un attimo svanito. Preludio alla verde America. Pensando al Greyhound.

19/5. Ho attraversato tutta la 54th strada da east a west, da casa all’Hudson river, fino a trovarmi di fronte al New Jersey, lungo la costa ho iniziato a correre per 70 strade in direzione nord, da Hell’s Kitchen alla 125th ad Harlem. E’ affascinanate osservare il mondo al passo rapido della corsa. Ho visto uomini grandi su bici piccole e paperi che si sollazzavano al sole, ho visto barconi lenti risalire il fiume ed ho visto i ricchi fare sport su Riverside park ed i poveri venir giu’ da Harlem in bicicletta, proprio come fanno i ricchi, ho visto ragazze assorte alla luce del tramonto con un buon libro tra le mani e padri con il guantone da baseball e figli che lanciavano la palla. Ho visto il New Jersey di fronte, a meta’ tra sonnecchioso ed operoso ed in fondo il Washington bridge, ponte che ti proietta nella profonda America. Guardavo l’Hudson farsi piccolo verso nord ed immaginavo i nativi in canoa solo 200 anni fa. Ho smesso di correre ad Harlem, dove il colore della mia pelle e’ in netta minoranza, ma mi sono sentito libero perche’ il sorriso della gente ti penetra sotto la pelle, molto piu’ che sulla Fifth Avenue.

17/5. Oggi Hell’s Kitchen e’un quartierino molto cool, si dice che il nome tragga origine dalla battuta di un vecchio sbirro che pattugliava l’area, degradatissima nel secolo scorso, il suo compagno di ronda gli fa -questo e’ l’Inferno!- e lui -il clima dell’inferno e’ troppo temperato per questi balordi, questa e’ la Cucina dell’Inferno!-… da li’ il nome si estese a tutta l’area west dalla 34th alla 59th.

16/5. Ieri sera ho corso fino a Spanish Harlem, ho fatto la spesa in Tito Puente Way ed ho parlato con le vecchine ispaniche. Mi hanno dato qualche buona ricetta per cucinare la tilapia.